L’ultimo Bonatti: esploratore ai confini del mondo.

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L’ultimo Bonatti: esploratore ai confini del mondo.

di Filiberto Ciaglia.

Siamo abituati a imbatterci in Bonatti per la nord del Cervino, per il Petit Dru, per la tragica notte sul K2 sospeso e tradito, tra il ghiaccio e l’abisso del non ritorno. Meno noto risulta essere l’ultimo Bonatti, quello che cambiò il suo modo d’approcciarsi alla natura, quando dalle ambizioni d’ascesa sui tetti della terra passò all’esplorazione dei luoghi meno conosciuti e calpestati del pianeta. Dal verticale passò all’orizzontale dunque, ma la montagna era sempre presente nelle sue traversate. Variò il modo di guardarla e di studiarla, lo sguardo dalla roccia passò all’insieme, all’aspetto geografico inteso come rapporto tra le vette, chi le popola e come vive alle pendici, il modo in cui la natura si manifesta in contesti tra loro remoti. La seconda metà del novecento è un’epoca d’assestamento esplorativo: con la conquista dei poli all’inizio del secolo si chiude a grandi linee il periodo delle grandi scoperte geografiche, iniziato cinque secoli prima con le prime traversate atlantiche. Quel che rimaneva, dunque, era il dettaglio. Ed ancora oggi esistono innumerevoli valli su cui nessuno ha mai traversato, vette inviolate dalle altezze e difficoltà differenti, alcune appositamente interdette dai governi locali per il valore simbolico che le caratterizza in rapporto alle popolazioni della zona.

Le destinazioni dell’ultimo Bonatti sono variegate e tutte accomunate dalla complessità, che le rendeva e le rende porzioni di Terra pressoché inaccessibili alla civiltà. Lo ritroviamo in Nord America, ispirato dagli scritti di Jack London, a percorrere le vie più complesse affrontate dai cercatori d’oro un secolo prima, in compagnia di un indiano dello Yukon tra i massicci del nord ovest; poi lungo le coste dell’estremità opposta del continente, su un battello a combattere le onde impetuose a largo della Terra del Fuoco verso l’estremo sud del mondo, in luoghi così drammatici da sconvolgere pressoché ogni navigatore che, nei secoli delle scoperte, s’imbatté nelle coste di Capo Horn e del Canale di Beagle, tra ghiacciai che scivolano direttamente sulle acque e popoli di cui oggi non rimane che il ricordo.
In Antartide camminò lungo le valli secche di McMurdo, unico posto del continente ad essere privo di neve poiché caratterizzato dalla quasi totale assenza di umidità, unita alla potenza costante dei venti catabatici che scendono dalle vette circostanti. Esplorò anche l’Amazzonia, sperimentando le difficoltà della foresta con i mezzi d’un avventuriero ottocentesco in cerca delle sorgenti del Rio delle Amazzoni, il Kilimangiaro in Africa, l’Uganda, gli arcipelaghi del sud est asiatico, i deserti australiani, le vastità della Patagonia ed altre ancora. Dal 1965, anno della rinuncia e dell’inizio della nuova vita orizzontale, furono dodici le spedizioni extraeuropee che si susseguirono fino alla metà degli anni ’80, tutte rigorosamente seguite dal settimanale “Epoca”. Raccontarle tutte è un’impresa lunga, difficile da esaurire anche in una serie di articoli futuri, ma è certo che d’alcune delle sue spedizioni riscriverò più in là.
Walter-Bonatti-antartide
Quello che emerge, e che deve invitare tutti gli appassionati di montagna a una riflessione, è la concezione che del paesaggio ebbe Bonatti, l’ultimo in particolare: si tratta di una visione totale, un’esperienza che valorizza il luogo nella sua peculiarità esaltandone le sfumature ambientali e storico-culturali che rendono ogni montagna, valle, altopiano o foresta un posto unico, indipendentemente dalle distanze. Quante speranze ha oggi di sopravvivere, in un mondo di montagna che vive per la maggiore di “Vie nuove” e “Prestazioni in velocità”, quella nobile e avventurosa concezione del mondo?

Filiberto Ciaglia
01/03/2018

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