La notturna del Sirente: racconto di un’avventura.

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La notturna del Sirente: racconto di un’avventura.

Nella parte più orientale della catena del Sirente, poco al di sotto dell’ultima vetta, c’è un balcone naturale con una vista straordinaria. Da quel balcone, così come dalle vette di tutto il massiccio, in giornate particolarmente limpide si può vedere nitidamente l’Adriatico. Se invece le giornate sono straordinariamente limpide, l’orizzonte si fa più remoto portando gli occhi oltre il blu del mare fino alle vette balcaniche. Si ha uno spicchio d’Europa negli occhi, quanto la vista sia magnifica è intuibile e difficile da raccontare. Su quel balcone, due anni fa, pensammo di trascorrerci una notte di fine agosto: l’esperienza è stata pazzesca al punto da ripeterci nel 2017, ed ora diverrà una costante delle nostre estati. Saliti nel primo pomeriggio, abbiamo montato le tende mentre il sole calava ad ovest ed i ciuffi delle praterie d’alta quota diventavano via via più rossi, fino ad ingrigirsi mano a mano che il buio ci invadeva. Eravamo otto nel 2016, e lo scorso anno quasi venti; sia nel 2017 che due anni fa il tempo è stato dalla nostra. L’unica differenza di sostanza per quel che riguarda il panorama è stato il fumo dell’ultima estate, che ci ha impedito di goderci il mare ricordandoci quanti fossero i roghi sparsi in tutto il territorio. Vi chiederete cosa fa di una notte a 2000 metri un evento unico, proverò a darvi una risposta. Una volta montate le tende e finito di cenare in compagnia, si contempla il panorama. Ed ognuno lo fa a modo suo. Le luci di paesi distanti da decine a centinaia di chilometri brillano nell’oscurità familiare delle valli lontane, separate da sistemi montuosi dalle altezze variegate, fino alla linea di luci quasi continua dei paesi adriatici. E’ un cielo capovolto, opposto a quello più spettacolare d’una volta tersa e mozzafiato. Il numero di stelle visibili a quelle altezze, al riparo dall’inquinamento luminoso di città e centri più piccoli, aumenta a dismisura. Un braccio della via lattea avvolge il cielo da est a ovest, ricordando a noi e persino alla montagna quanto incalcolabili siano le distanze e le grandezze astronomiche. Scattata una foto del campo da un pendio poco distante, scendendo si notano le luci interne delle tende accese, ed i flash dei telefoni che vagano nell’altopiano assieme alle risate di chi li utilizza con passo incerto come torce. Torno dagli altri ed è come se perdessi ogni riferimento alla vita d’ogni giorno. In momenti come questo so che ricorderò e ricorderemo quelle notti, trascorse negli avamposti sospesi sopra gli orizzonti, dove ci si perde a immaginare le storie future, reciprocamente; sotto quei cieli e in mezzo a quegli scenari, riservati a noi e a chi avrà la buona idea di unirsi negli anni che verranno, continueremo sporadicamente ad aggiornarci sui nostri destini in costante movimento, mentre immobile rimarrà il paesaggio scalfito dai venti e invaso dai manti nevosi nei mesi più freddi. La sveglia suona prestissimo, l’alba è forse il momento culminante dell’intera avventura. Qualche volta mi sono chiesto perché tendiamo ad apprezzare più le albe dei tramonti, perché sebbene entrambi riscuotano successo in molti si emozionano di più davanti al sorgere del sole. Forse la risposta sta in quel che segue l’evento: i tramonti possono stupirci, ma precedono l’oscurità. L’alba è l’inizio, e gli inizi sono meglio delle fini quasi sempre. Forse preferiamo la luce dopo il buio, al buio dopo la luce. Dettagli come questi, riflessioni leggere scritte davanti ad un portatile tra i palazzi di città, lasciano in ogni caso il tempo che trovano. La percezione dei momenti e degli spazi, che in montagna si amplifica notevolmente, per ognuno raggiunge destinazioni sconosciute a tutti eccetto a chi le compie. Invito chiunque non si sia concesso a quest’unica avventura annuale, a pensarci su. Il 19 agosto 2018 saremo di nuovo lì.
Esiste, infine, una sensazione che probabilmente è condivisa da tutti quelli che, ad alba terminata, dopo aver smontato il campo tornano di nuovo “A terra”. Ed è un senso di spegnimento degli orologi mentali, che in genere scandiscono le nostre giornate frenetiche ed i mesi che volano mentre non ce ne accorgiamo. E’ un malfunzionamento dei circuiti, un blocco di lancetta che ci estranea da tutte le scadenze, le preoccupazioni e i malumori.Questa è dunque la verità dell’avventura, la nostra: ovvero che non sembra, ma lassù qualche istante, prima di passare a quello successivo, si ferma con noi a guardare l’orizzonte. 

Filiberto Ciaglia

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